La fine della crisi

parete scheggiataHo riletto alcuni passi del mio breve saggio La crisi del ‘9. Ricordo che il titolo era ispirato dalla crisi mondiale del ’29, essendovi una similitudine nei numeri.

Sono trascorsi 8 anni da quando scrissi quelle considerazioni. Nel 3° capitolo cominciavo ad annotare le possibili conseguenze. Lascio al vostro giudizio la loro non cessata attualità.

Le prospettive sono conseguenza di due comportamenti. Parliamo delle prospettive immaginate in quel largo distinguo che abbiamo prima premesso: vale a dire che nessuno conosce le prospettive.
Il primo comportamento è il proseguimento di una sostanziale inazione da parte di chi sta al comando, nella stanza delle scelte importanti, e provoca le prospettive più preoccupanti.

Possiamo immaginare un mondo che collassa su di sé come un buco nero, dal quale non sfugge neanche la situazione più virtuosa e nel quale precipitano tutte le attività economiche, con fallimenti a catena, impoverimento drastico e drammatico di larga fascia di popolazione, il mondo povero delle nazioni “sottosviluppate” che viene abbandonato a sé stesso e riversa sui nostri territori masse di popolazioni indigenti alla ricerca di sostentamento? Non basterebbero eserciti per mantenere l’ordine al quale siamo avvezzi e il mondo attraverserebbe un periodo di grande violenza e di pesante conflitto fra le classi sociali.

Decidete pure che questa previsione sia catastrofica, irreale, degna del peggior incubo notturno, dal quale per fortuna al mattino ci si risveglia. Pensate pure ad un’estrema esagerazione, che, come tale, appartiene al mondo del difficilmente probabile.

Adesso però, immaginate alcune vie di mezzo, per esempio che la disgrazia capiti non a tutti, ma solo ad alcuni paesi. Che la disoccupazione marginalizzi “solo” una fetta di popolazione, diciamo il 20-25 %. Che l’insicurezza o l’immigrazione vengano in parte combattute e contenute, assicurando una parvenza di benessere, non a tutti, ma a pochi fortunati che possono permetterselo.

Si tratta comunque di cupi scenari. Vale la pena di rischiare? Vale la pena di trastullarsi in non scelte da parte dei Governi con l’illusione che tutto si rimetta a posto da solo, con migliaia di fedeli che accorrono nelle cattedrali del laissez faire, a portare suppliche affinché alla fine tutto si rimetta per miracolo in moto da solo?

Secondo me, ma credo anche secondo i pochi lettori di questo libello, il rischio è meglio se non lo corriamo e quindi è necessario che ci si dia da fare nelle direzioni giuste, che sono strade lastricate da scelte vere, non finte.

E questo è il secondo comportamento, che dovrebbe portare ad installare un mondo nuovo, costruito intelligentemente sulle macerie di principi che hanno fatto il loro tempo.

La crisi americana del ‘29 ha richiesto 5 anni per trovare lo sbocco dal momento più grave e altri 5 di purgatorio, estesosi anche all’Europa, per riprendere il cammino dello sviluppo.

L’augurio è di uscirne con le idee chiare, in tempi relativamente brevi, a testa alta e, soprattutto, con la testa sulle spalle.

La crisi del ‘9 è su questo sito in e-book.

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