Il giallo di Natale: un breve estratto

Un giallo… a Natale

cover con panettone… e qui si arresta, per un evento inatteso alla vigilia di Natale.

Suona il campanello, in modo insistente.
Giacomo guarda Erica, che si è arrestata, mentre un’espressione di sorpresa si dipinge sul suo bel viso, facendolo apparire molto giovane, quasi infantile. Depone il libro dell’Enciclopedia e si dirige alla porta.

Sbircia dallo spioncino e vede il viso angosciato di un uomo che aspetta ansioso che gli si apra; sa benissimo che in casa a quell’ora della vigilia devono esserci tutti.

Riconosce il vicino di casa, Mario Geriale, meglio, il dirimpettaio, con il quale lui ed Erica hanno una dimestichezza del tipo “buon giorno” al mattino e “buona sera” quando e se si incrociano prima di cena. Erica in verità ha un rapporto un po’ più cordiale con la moglie, con la quale si sono talvolta trovate per l’occasione di un caffè.

Si affretta ad aprire e, prima che Geriale possa proferire verbo, chiede

– cosa è successo!!? -. È talmente stralunato che pare incapace di articolare una parola e viene introdotto immediatamente in sala. Erica coglie al volo la situazione, spedisce i bambini in camera e si affretta solidale accanto al vicino, accasciatosi in poltrona.

– Mario, cosa c’è? – Giacomo coglie che ne conosce il nome e che si danno del tu.

– Angela! è successo qualcosa ad Angela? – e guarda il marito, attendendosi una risposta che lui non può avere.

Ma Giacomo si rende conto al volo della situazione e si precipita fuori, verso casa Geriale, pensando al contempo come sia lontano dalla vita della moglie, dalle sue frequentazioni e dai suoi piccoli eventi spiccioli. È da un paio d’anni che fa home office, lavora in casa, da scrittore scrive tra le pareti domestiche, cercando tra gli angoli del salotto o sotto il lavello della cucina una soddisfacente ispirazione che tarda a venire. Tuttavia non si è mai accorto né è stato reso partecipe di questa confidenza tra lei e i dirimpettai.

La porta di casa Geriale, quella che dà sulla strada, è spalancata.

Entra con circospezione e constata che la disposizione dei locali è la stessa di casa loro, ma speculare.

Le luci sono tutte accese e vi regna un silenzio totale, o così pare ad una prima impressione.

Si dirige a destra, verso la sala, arredata con sobria eleganza e molto in ordine, solo un cardigan bordeaux, di foggia femminile, appoggiato sullo schienale di un grosso divano tappezzato in un tessuto tipo broccato, con diverse tonalità sul giallo.

Guarda verso la cucina: deserta. Colpisce l’assenza di preparativi per la cena, pur essendo la vigilia di Natale: non una pentola sul fuoco, non un piatto da portata sul ripiano accanto ai fornelli, anche il tavolo è totalmente sgombro. Forse avevano previsto di cenare fuori o hanno apparecchiato nella sala pranzo, che lui ed Erica avevano adibito a studio. Vi si dirige, ma anche per loro è adattata a studio. Sul tavolo si trova un computer acceso, con lo screen saver di pesciolini variopinti e luminosissimi, che percorrono lo schermo da sinistra a destra.

Volendo, il tavolo potrebbe essere sgombrato per fare dell’ambiente una zona pranzo, da usare nelle occasioni, Giacomo immagina rare, di inviti numerosi.

Si accinge pertanto a salire al piano di sopra.

Sul pomolo della prima colonnina della scala è appeso il cappotto di Mario, un loden verde, una sciarpa beige avvolta su di esso. Si volta e scorge l’attaccapanni letteralmente sommerso da giacconi e qualche maglia e capisce che il pomolo è l’appendiabiti alternativo. Non aspettavano nessuno, pensa, ricordando la cura che Erica pone nel rassettare l’ingresso, quando attendono ospiti.

Si ricorda solo ora che Mario era senza cappotto, in giacca e cravatta, nonostante il gelo della sera.

Sale con circospezione: è logico pensare che, appoggiato il cappotto, Geriale sia salito, per poi ridiscendere e precipitarsi da loro a cercare aiuto.

Giunto al primo pianerottolo si ferma, tendendo l’orecchio verso l’alto. Il profondo silenzio che avvolge la casa gli è parso per un istante rompersi a causa di un rumore indistinguibile, come una sedia strisciata sul pavimento.

Sale con circospezione, mentre la casa ripiomba in un silenzio assoluto. Solo i suoi passi risuonano, sommessi, sui gradini di legno ricoperti da moquette.

Arrivato al corridoio del primo piano si dirige risolutamente verso quella che, nella loro casa, sarebbe la stanza da letto, con affaccio sulla parte interna, opposta alla strada. Ed ecco ancora quel rumore cupo e lontano, che ora identifica più chiaramente per un suono gutturale, un rantolo cavernoso.

La porta che dà alla stanza è aperta, la luce accesa. Non vi è apparente disordine e, guardandosi attorno, non scorge l’origine del rumore. Anche il bagno è illuminato, la porta aperta. Le piastrelle sembrano le stesse, come nel loro, un verde pallido alle pareti ed un verde che dà sul grigio sul pavimento.

Ed è qui che scorge ciò che lo urta come un cazzotto allo stomaco, facendolo vacillare e costringendolo ad appoggiare una mano allo stipite della porta bianca che separa il locale notte dal bagno…

 

continua