Che lingua parliamo in Italia?

Ho ricevuto dal mio editore Mnamon una fotografia, scattata a Domodossola, nello scenario suggestivo di Piazza Mercato.

L’accompagnamento, ironico e provocatorio, diceva “wath’s about?”.

Un “che cosa ne dici?” che mi stimola ad alcune considerazioni.

locandina inglese

Ma dov’è finito l’italiano?

L’immagine in questione è scritta totalmente in inglese. Gli autori, se avessero potuto, avrebbero tradotto anche i nomi dei luoghi nel britannico idioma.

Direte che alcune parole sono ormai nell’uso comune e che quasi non trovano corrispondenza stretta nella nostra lingua. Live, per esempio, è strausato parlando di concerti e un dal vivo avrebbe sapore di provincialismo.

Ma quell’italian tour, per non parlare dell’with?

L’unica parola che è scritta in italiano fa sorgere il dubbio di un refuso. Quell’aprile non è che fosse un april, in partenza? Può essere che il tipografo si sia sbagliato, fors’anche volutamente e proditoriamente?

Evito di commentare parola per parola l’abuso dei termini, il lettore si legga il volantino e tragga le sue considerazioni, pro o contro.

Tuttavia il discorso è serio e merita un commento aggiuntivo.

Non avendo io autorità per entrare nel merito della questione, mi limito a citare ancora il libro di Sabatini che è stato oggetto di un mio post recente.

Sabatini, che di lingue se ne intende, dedica ben un capitolo all’argomento dell’infiltrazione dell’inglese nell’italiano e dell’inquinamento che ne deriva costantemente alla nostra lingua.

Il suo ragionamento non è miope: sappiamo bene che l’inglese deve ormai essere nel bagaglio delle conoscenze (know how) di ciascuno di noi. Affacciarsi al mondo significa capire e farsi capire e in un mondo globalizzato non si può certo fare affidamento su una lingua parlata dalla modesta congerie di una cinquantina di milioni di individui.

Tuttavia le cose vanno ben ragionate e modulate.

Un conto è tenere separati i due insegnamenti ed apprendimenti, sostiene l’esimio studioso, un altro è un’orrenda mescolanza senza arte né parte.

Si dia precedenza all’italiano, la lingua che si apprende nella culla, e lo si insegni bene, molto bene nella scuola. È una lingua che vanta egregi natali e porta sulle spalle opere di ingegno letterario e poetico che non possono essere riservate solo agli studiosi o alla sparuta schiera dei filologi.

La scuola provveda poi a dare il dovuto  spazio all’albionico idioma, che il giovane apprenderà e sarà in grado di usare incontrando il resto del mondo, passaporto per interloquire soprattutto nel settore degli affari (business) e della tecnologia, senza escludere l’abbondante ed egregia opera letteraria.

Auguriamo pertanto a Vogogna di fare il pieno nel concerto, ma, con un pizzico di malignità, ci aspettiamo che la sala lamenti qualche vuoto e che qualcuno si rammarichi di non aver potuto partecipare perché dalla locandina non si capiva bene di che cosa si trattasse.